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lunedì 15 aprile 2024

Pirunkirkko - la chiesa del diavolo

 


 

 

Nel parco nazionale di Koli, che prende nome dall'omonima catena montuosa nella Carelia settentrionale in Finlandia, si trova la grotta di Pirunkirkko, che significa chiesa del diavolo. Questa grotta è una delle più grandi e famose della Finlandia, in gran parte inesplorata, ma famosa o famigerata perché da sempre ritrovo di saggi e sciamani.

 

Pratiche sciamaniche

 

Una nuova ricerca ha scoperto che l'acustica di questa antica grotta potrebbe essere la causa delle credenze e, di conseguenza, delle pratiche sciamaniche e divinatorie che si svolgevano e che si praticano ancora oggi in quel sito. L'analisi acustica indica che il fondo della grotta crea un effetto di risonanza. Un'eco persistente a frequenze tra i 219 Hz e i 232 Hz, che allunga e amplifica il suono iniziale per oltre un secondo.

 

Gli antichi sciamani, o saggi delle comunità agricole della Carelia, usavano questa grotta particolare per la sua acustica per operare i loro riti mistici. Riti di tipo propiziatorio per i raccolti, riti di guarigione e rituali per entrare in contatto con il mondo degli spiriti.

 

I saggi, conosciuti in finlandese come tietäjä, velho o noita, erano specialisti spirituali in grado di connettersi con gli spiriti della natura. Entravano in contatto con il mondo invisibile che ci circonda, nascosto ai nostri sensi, per risolvere gli squilibri tra il nostro mondo e quello degli spiriti della natura. Operavano attingendo alle forze energetiche che ci attraversano e che ci comprendono, risolvendo i conflitti che causavano squilibri.

 

Nei loro riti all'interno della grotta saltavano, danzavano, gridavano, si infuriavano come se stessero combattendo con qualcosa di visibile solo a loro. Naturalmente, la particolare acustica della grotta rifletteva, amplificandola con una grande eco, la ritualità vocale degli sciamani. L'effetto sulle persone radunate all'esterno doveva essere incredibilmente efficace, visto il velo di mistero e la grande rinomanza che la grotta di Pirunkirkko porta con sé da centinaia di anni.


 

Lo studio acustico

 

Lo studio acustico rivela che la particolare risonanza delle pareti della grotta si manifesta solo a determinate frequenze, per questo motivo solo gli sciamani o saggi esperti erano in grado di avere una risposta dagli spiriti con cui parlavano.

 

I loro rituali a base di grida, canti, danze e tamburi, si svolgevano con toni adeguati per avere la risposta sonora dell'ambiente sotterraneo. La grotta quindi, se stimolata con le giuste frequenze, rispondeva con un tono di sottofondo prolungato e musicale che non cambiava sonorità. Immaginiamo uno sciamano o un gruppo di adepti guidati da lui che danzano e cantano, in modo ritmico, seguendo le frequenze dei toni della voce o del tamburo del loro maestro. Alle sollecitazioni sonore la grotta va in risonanza e pare che risponda. Ai rumori di una frequenza ritmica specifica la grotta reagiva con una sonorità di sottofondo, che continuava per alcuni istanti anche oltre la durata del rito.

 

Questo dialogo, tra l'officiante e coloro che si aspettavano una guarigione, ricorda quella che oggi denominiamo terapia del suono. Nel momento in cui i saggi e i pazienti cominciano a cantare, o salmodiare allo stesso tono, si viene a creare un’armonia, un equilibrio, una condivisione di sensazioni positive che porta ad alleviare le disfunzioni organiche con un trattamento, in questo caso, olistico.

 

La sonorità dell'ambiente associato alla presenza mistica dello sciamano che la provoca crea un’assonanza del paziente con l'ambiente che lo circonda. Possiamo dire che l'abbraccia e lo circonfonde, immergendolo in un senso di pace e di interazione con gli spiriti evocati dallo sciamano. Se pensiamo che le malattie o le disgrazie venivano, nei tempi antichi, attribuite a disturbi o particolari squilibri nei confronti del mondo degli spiriti, possiamo capire come immagini evocate di questo tipo potessero essere di grande impatto psicologico e di conseguenza avere un'influenza positiva sulla guarigione.

 

La particolare risonanza fornisce un tramite potente per la connessione dell'officiante e, di conseguenza, del paziente con qualsiasi entità non umana che comunica attraverso il sottofondo musicale evocato. O almeno questa è l'impressione che suscita.

Un pagano moderno, intervistato dagli studiosi che indagavano sulla sonorità della grotta, parlava dello spirito che viveva nella caverna, dell'energia universale che si sprigionava all'interno, senza mai menzionare il tono della risonanza.


 

Possiamo affermare come i quadri culturali di riferimento guidino la nostra capacità critica. La scienza ci spiega come avviene questa particolare situazione acustica, ma lo sciamano in modo assolutamente empirico ci mostrava come sfruttarla per il bene comune. Ora sappiamo come avviene il fenomeno dal punto di vista strettamente tecnico. Ma questo saperlo inficia la possibilità che ci metta in contatto con un'altra dimensione?

 

Materia e spirito in noi sono intimamente connesse: Mens sana in corpore sano, non è solo un motto fine a se stesso, ma l'essenza della nostra vita. Un punto di arrivo primario che ci consentirà di aprirci alle dimensioni altre che ci circondano.

E solo lì inizierà il vero viaggio dentro e fuori di noi!

 

 

Balli e canti,

musica dell'anima:

voci nel tempo.

 

 Arcobaleno brilla,

due mondi si fondono.

 

Contenuto preparato in collaborazione con

BRAN

lunedì 8 aprile 2024

Che cos'è l'aurora polare?

 


 

 

Galileo Galilei, nel 1600, colpito da questo eccezionale evento alle nostre latitudini ne coniò il nome con cui ancora oggi lo conosciamo: “Aurora Borealis. Denominazione che comunque condivide con il suo contemporaneo Pierre Gassendi, anch'egli astronomo e matematico dell'epoca.

 

Aurora nell’antichità

 

Questo fenomeno naturale che si verifica ai poli magnetici della Terra, veniva interpretato in maniera opposta a seconda della latitudine in cui veniva visto. Più le popolazioni condividevano l'estrema spettacolarità del fenomeno e maggiormente lo facevano proprio, inserendolo nella narrazione mitologica che li rappresentava. Per i popoli lontani, invece, dove raramente l'aurora si manifestava, l'apparire di queste luci misteriose nel cielo era sinonimo di sventura imminente.

 

Già Aristotele, nel suo trattato “Meteorologia”, descriveva il fenomeno come vapori che da terra salivano verso il cielo. Sembra strano che anche così a sud fosse visibile questo fenomeno ma, dato che si verifica sempre a cavallo dei poli magnetici, sappiamo che questi si sono spostati più volte. Infatti, da quando il polo magnetico artico fu scoperto da John Ross a ora, si è spostato a nord di oltre 500 chilometri. Quindi non stupirebbe che a distanza oltre due millenni i poli magnetici si trovassero in posizioni molto diverse da oggi.




 

L’aurora e i Vichinghi

 

I popoli del Nord, certamente più coinvolti, hanno assimilato in maniera diversa l'aurora, in questo caso boreale, nella loro cosmogonica mitologia. Tra i Vichinghi della Norvegia, i colori dell'aurora erano il riflesso del sole sugli scudi delle Valchirie (coloro che scelgono gli eletti), mandate da Odino a scegliere i guerrieri da portare nel Valhalla. Morire in battaglia con la spada in mano era l'unica morte onorevole per un guerriero, per cui quei bagliori nel cielo rappresentavano la meta, il paradiso dei combattenti; in quel momento, in qualche luogo, un compagno in armi entrava nelle sale del Valhalla. Per altri l'aurora è il riflesso del ponte Bifrost (la via tremula), chiamato anche ponte arcobaleno, che collega Asgardr, la dimora degli dei, a Midgard, la terra di mezzo, abitata dagli uomini e dai troll.

 

L’aurora e gli Inuit

 

Nelle popolazioni Inuit ci sono diverse leggende. In una delle più diffuse si racconta che l’aurora è provocata dagli spiriti dei morti che danzano, oppure che giocano a palla con il cranio di un tricheco, indossando cinte luminose sui fianchi e intorno alla testa.

 

L’aurora e gli Aborigeni

 

Anche nella cultura aborigena le aurore, in questo caso australi, sono attribuite agli dei che danzano, aprendo per alcuni momenti la via del sempre agli uomini di passaggio nel mondo.

 

L’aurora in India

 

Nel Ladakh, nell'Himalaya indiano, il 22 e 23 aprile del 2023 a causa di una forte tempesta geomagnetica l'aurora ha illuminato i cieli. Un evento rarissimo a quella latitudine e a quella altitudine, circa 3000 metri.

 

I misteri dell’aurora

 

Quello che ancora c'è di misterioso nel fenomeno è il sottofondo sonoro. Non è sempre presente, ma viene identificato ad altezze attorno ai 70 metri, mentre la ionosfera (strato atmosferico dove hanno origine le aurore) si trova tra i 100 e 500 km di altitudine.

 

Questi suoni, attribuiti a perturbazioni del campo magnetico, risultano simili al battito ritmico delle mani, a piccole grida soffocate, sibili e altre manifestazioni sonore non meglio identificate, ma che possono essere variamente udite e interpretate a seconda della sensibilità e cultura di chi le percepisce.




 

Le ragioni del fenomeno

 

L'aurora boreale è un fenomeno naturale spettacolare, affascinante per i colori che si fondono in una danza nei cieli. Ecco le cause di questo evento:

 

1.   Particelle cariche di elettroni e protoni, il cosiddetto vento solare, si scontrano con il campo magnetico terrestre e vengono deviate.

 

2.    A fare da barriera al vento solare è la magnetosfera, una regione dello spazio che circonda la Terra controllata dal campo magnetico terrestre, qui il flusso solare viene deviato dall'impatto diretto con il pianeta.

        

3.   A causa della geometria del campo magnetico terrestre, la carica di elettroni viene deviata verso i due poli magnetici della Terra, qui il campo magnetico è più debole e molte particelle passano attraverso la magnetosfera raggiungendo la ionosfera.

 

4.   La Terra è circondata da un’atmosfera gassosa, formata da gas quali azoto, elio, ossigeno, anidride carbonica e altri gas rari. Attraversando questo strato gassoso, il vento solare residuo produce delle forti correnti elettriche.

 

5.   Quando l'energia di queste correnti è abbastanza forte, la reazione con l'ossigeno e l'azoto dell'atmosfera che attraversano causa l'emissione di luce visibile. Lo scontro tra gli elettroni accelerati e le molecole di gas, se sufficientemente forti e numerose, crea il fenomeno.

 

6.   I colori, le forme e le dimensioni delle aurore sono dati dalla diversa composizione dei gas che vengono colpiti, dall'altezza a cui si verifica il fenomeno e dall'energia delle particelle residue. In alcuni casi si presenta come un velo sottile che mostra le stelle sullo sfondo.

 

7.   Generalmente il verde è il colore più comune, dato dallo scontro con l'ossigeno di particelle ad alta energia, mentre con particelle meno potenti abbiamo una luce rossastra. L'azoto reagisce emettendo luce blu, mentre la fusione dei due colori porta ai rosa, ai gialli, ai viola.

        

Ora abbiamo la spiegazione scientifica del fenomeno, cosa che i nostri avi non avevano ma, guardando lo splendore che la natura ci mostra, sicuramente il nostro sgomento non varia.

 

 

Occhi nel cielo,

veli screziano l'ombra:

balli e canti.

 

Sussurri nella notte,

sogni dentro il tempo.

 

Contenuto preparato in collaborazione con

BRAN

 

lunedì 18 marzo 2024

Huginn e Muninn: simboli del dio corvo Odino



«Huginn e Muninn
volano ogni giorno
sopra la vasta terra,
io temo per Huginn
che non torni indietro,
ma temo per Muninn ancor più».

Tratto dall'Edda


Questi corvi sono molto spesso raffigurati insieme a Odino. Per esempio, li troviamo nell'arazzo di Oseberg, rinvenuto all'interno di una nave vichinga usata come sepolcro e ritrovata nella omonima località vicina al fiordo di Oslo. In questo arazzo possiamo vedere due corvi appollaiati sulle spalle di Odino mentre gli portano notizie dai nove mondi, dove solo loro possono accedere.

La tradizione orale

Come in tutte le grandi epopee sulla nascita del mondo con i suoi dei ed eroi, anche quella norrena è sostanzialmente narrata in maniera poetica. Attraverso la poesia tramandata dagli scaldi, come i bardi della cultura druidica, conservavano la loro cosmogonia, generazione dopo generazione, attraverso memorie orali. Non confondiamoli con dei semplici cantastorie, o trovatori o menestrelli, per diventare uno scaldo o un bardo era necessario sapere a memoria e interpretare il significato segreto di tutta la storia conosciuta. E questa impresa non era certamente alla portata di tutti, necessitando anni e anni di studi, compreso l'uso e l'interpretazione delle rune o della scrittura ogamica, e numerosi esami fino all'investitura del titolo, che non era altro che un passo verso il titolo di maestro.

La sapienza di uno scaldo, o di un bardo, risiedeva nella conoscenza totale di tutto quello che riguardava la vita, quindi erano dei guaritori, dei giudici, degli agronomi, perché conoscevano ogni cosa dal momento della nascita del mondo. Anche quando fu consentito di scrivere per semplificare le cose, vista la mole di materiale, non cambiò poi molto. Infatti, fu divulgato ciò che non era considerato segreto, mentre il resto fu celato all'interno delle storie stesse, una specie di doppia, a volte tripla scrittura che necessitava di una chiave di lettura, mentre i contenuti più esoterici rimasero solo orali e destinati ai soli maestri.





Le divinità

I corvi assurgono nell'immaginario vichingo il simbolo della presenza di Odino, delle creature magiche, potenti, che grazie alla magia del loro dio portano sogni, visioni, rispondono a suppliche. Ma controllano anche quello che gli uomini fanno; gli dei sono personaggi permalosi e oggi sono con te… domani chissà. E qui troviamo molte analogie con gli dei greci, sia per quanto riguarda i messaggeri divini, sia per le diatribe continue tra di loro, lotte intestine che si riflettono sui popoli che ne invocano la protezione.

I corvi

Questi grandi uccelli dall'aspetto sinistro, sia per il colore che per il gracchìo inquietante, sono in grado di sorvolare e controllare tutta Midgard” in un solo giorno. Midgard è il mondo degli uomini, uno dei nove mondi che sostiene Yggdrasil l'albero della vita.

Gli sciamani nelle loro trance ricevono i messaggi di Odino attraverso i corvi, visioni e interpretazioni che guidano verso nuove terre, verso guerra e morte, nuovi re o vecchie faide. Ma la magia ha sempre un prezzo da pagare e, anche il potente Odino, sa che usando una parte di sé per portare i messaggi attraverso i corvi, che sono il suo pensiero e la sua memoria, corre il rischio di perdere una parte di sé e con essa i corvi.

Nella lingua norrena Huginn significa pensiero, mentre Muninn memoria o mente, nei loro viaggi di fatto rappresentano il pensiero e la memoria di Odino.

Poiché il dio per acquisire la conoscenza è diventato orbo e smemorato, i suoi messaggeri volano per i mondi raccogliendo informazioni che poi gli comunicano, come raffigurato nell'arazzo, ma anche in innumerevoli saghe e canzoni. Uno dei compiti dei due corvi è selezionare i guerrieri morti in battaglia, infatti le valchirie sono spesso raffigurate come corvi. Muninn pare si occupasse dei guerrieri morti in battaglia, mentre Huginn degli impiccati. In ogni caso, metà dei guerrieri sarebbero andati nel Valhalla con Odino, mentre gli altri nel Fólkvangr, con la dea Freyja, una specie di Valhalla alternativo frutto di un accordo fra i due.

Sacrifici rituali

Il blot, nella tradizione norrena il sacrificio rituale di sangue, era effettuato soprattutto nelle grandi feste propiziatorie, effettuato da un sacerdote affiancato da una volva, una sciamana. A volte si faceva in forma privata, sempre con la presenza della volva, ma la sostanza della cerimonia non cambiava.

Dopo aver svolto il rituale, con le invocazioni a Odino, venivano sacrificati degli animali il cui sangue veniva cosparso sull'altare, poi sugli officianti e i presenti e, infine, bevuto. Al termine del rito sacrificale le bestie sgozzate venivano cotte e mangiate, la cerimonia si trasformava poi in una festa. Per capire se le invocazioni e i doni erano stati graditi dalla divinità si attendeva che i corvi si facessero vedere durante la cerimonia, oppure comparissero nelle visioni della volva.

 

Il concetto di Fylgja nella mitologia norrena, ma presente anche nella narrazione di ogni religione o leggenda, è uno spirito che ci accompagna nella vita e si palesa al momento della nostra morte. Può essere un antenato come nello Shintoismo giapponese, un angelo come nel Cristianesimo, un mu'aqqib, per una persona che segue l'Islam, un animale totemico come tra i nativi americani e gli indios del centro e sud America, o gli Inuit dei ghiacci.

Huginn e Muninn rappresentano i Fylgja di Odino, in quanto lo identificano, sono i suoi messaggeri in tutti i nove mondi della cosmogonia norrena. Odino era così strettamente associato ai suoi corvi che uno dei tanti nomi con cui veniva rappresentato era quello di dio corvo. Huginn, che significa pensiero, qualcosa comunque indipendente dal corpo, portava anche le punizioni di Odino, che puniva a distanza tramite l'apparire del corvo.




 

Sebbene non abbiano mai avuto un ruolo importante in nessuno dei vecchi miti, Huginn e Muninn sono sempre con Odino. Come suoi compagni o come sue estensioni, vanno dove va Odino. Si ritiene che anche alla fine, al Ragnarok, loro saranno lì al suo fianco.

Nere visioni,

dalla cima del mondo:

segnata la via.

 

Dall'albero della vita,

alla morte dei campi.

 

Contenuto preparato in collaborazione con

BRAN

 

 

 

 

lunedì 30 ottobre 2023

Rasputin: veggente o mistificatore?

 

 

 

Pokrovskoe, Siberia occidentale, un insediamento mediamente ricco per quei tempi nella Russia zarista. In quel luogo, in una isba di otto stanze, viveva la famiglia Rasputin, proprietaria di alcuni ettari di terra, di mucche e cavalli. Il padre, oltre all'agricoltore, faceva anche il vetturale con il proprio carro. In questo luogo e in questa famiglia agiata, in data controversa tra il 1864 e il 1869, venne al mondo il 10 gennaio Grigorij Rasputin, nome dato in onore di S. Gregorio di Nissa, che si festeggia quel giorno.

Il cognome era invece un distintivo familiare, anche piuttosto comune nella zona, la cui derivazione non è chiara come si vorrebbe far credere. Infatti, anche il nonno aveva lo stesso cognome, e la radice di Rasputin ha diversi significati oltre a “depravato” come racconta la vulgata classica. Il padre, Efrim, considerava inutile l'educazione dei figli, Grigorij ha un fratello maggiore di due anni e pensa che impareranno di più dalla vita che consumando il fondo dei pantaloni sui banchi di scuola.

 

La vita prima della fama

 

L'educazione scolastica non era obbligatoria e d'altronde la chiesa la ostacolava, soprattutto se indirizzata verso dei Muzik”, meno capivano meglio era! (Nihil sub sole novum).

La campagna era la loro scuola, la taiga con i suoi spazi, la foresta, gli animali, il tutto vissuto all'interno delle superstizioni e tradizioni della chiesa ortodossa locale.

Pokrovskoe era un piccola comunità ai margini dell'universo abitato, poco lontana dal Kazakistan, e l'esistenza di grandi città come Mosca o S. Pietroburgo era quasi un sogno collettivo. Le grandi città erano sì lontane da un punto di vista chilometrico, ma lo erano soprattutto nella visione quotidiana della vita.

Nessuno in quel luogo sperduto era mai stato perseguitato, nessuno aveva conosciuto la schiavitù; si trattava di una zona protetta dagli Urali dove la cosiddetta civiltà, con i suoi misfatti, era solo un sentore lontano. In questa società intrisa di superstizioni contadine e di retorica cristiana ortodossa, avvenne il primo portento nella vita di Grigorij Rasputin.




 

La profezia

Un giorno, mentre giocavano sulle rive del fiume Tura, i due fratelli caddero in acqua. Non era periodo per i bagni ed entrambi, pur salvandosi dalle acque gelide, si ammalarono di polmonite.

Uno degli svantaggi di abitare in luoghi così veri, ma di conseguenza lontani dalla cosiddetta civiltà, era la mancanza di un medico raggiungibile in poco tempo. Dopo poco il fratello maggiore morì, mentre Grigorij si dibatté nell'abbraccio della morte per alcune settimane. Quando oramai si attendeva la sua dipartita come una liberazione dalla sofferenza, lui si sedette sul letto, arrotolato nelle coperte, e con voce fioca appena percettibile disse: “Sì, oh sì, lo voglio lo voglio.” Poi ricadde sul cuscino e si addormenta con aria placida.

Al suo risveglio sorrise ai genitori e a tutti gli abitanti del paese, che per settimane si erano radunati in preghiera dentro e fuori dalla sua casa. Si riprese sorprendentemente in fretta e, quando interrogato sul perché delle sue parole dal prete del villaggio, raccontò che una bella signora vestita di azzurro e bianco gli era apparsa in sogno e ordinandogli di guarire. Naturalmente, chi era lui per rifiutarsi? Il pope, presa la palla al balzo, sentenziò che la Vergine Maria aveva salvato il bambino per destinarlo a un glorioso destino e aggiunse: “Un giorno tornerà per dirti cosa si aspetta da te”.

Questa profezia scavò nelle viscere del giovane Rasputin, che cominciò a chiedersi perché la Santa Vergine avesse portato con sé il fratello lasciandolo solo e, soprattutto, perché non si fosse ancora rivelata per annunciargli il suo destino. Ne parlò con gli animali che accudiva, convinto che lo ascoltassero, ne discuté con se stesso, poi avvenne il secondo prodigio che avvalorò la profezia.

Rubarono dei cavalli a un suo vicino e lui, senza esitazione, indicò il luogo in cui erano tenuti e chi li aveva rubati. Questa manifestazione di veggenza si palesò altre volte e anche per altre questioni. Così, la profezia rinforzata dalle visioni fece accrescere la sua fama nella regione.

Le visite alla isba degli starec (monaci vagabondi) divenne quasi d'obbligo e il giovane Rasputin si sentì sempre più attratto dalla vita e dai racconti di quegli uomini solitari e apparentemente miserabili, che vivevano dell'elemosina del popolo e dei potenti.

Rimase affascinato dai loro racconti, dai monasteri che avevano visitato, dei santi eremiti con cui avevano digiunato per servire il Cristo, delle città che avevano vissuto dove dilagava la corruzione delle anime e dei corpi.

La profezia e le sue doti di veggente l'avevano convinto di non aver bisogno di nessuna istruzione per fare quel tipo di vita, perché proprio per quei motivi lui possedeva una scienza che gli era stata infusa dall'Altissimo.

 

Il pellegrinaggio

A 19 anni, con il permesso del padre e in preda a una crisi mistica, partì insieme a uno di questi starec, per poi continuare il suo pellegrinaggio da solo visitando eremi, santuari e monasteri della sua regione.

A una festa del monastero di Abalatsk la sua fede nella penitenza vacillò per la prima volta, lì conobbe la sua futura moglie, la sposò e come da tradizione la portò a casa. La sua vita di vagabondaggio da santone veggente proseguì, con il ritorno a casa nella stagione del raccolto.

Quando finalmente si sentì benedetto da Dio per la nascita di un figlio, ecco che la tragedia che cambierà la sua vita si abbatté su di lui: il neonato di sei mesi muore.

Questo immane lutto, ingiusto secondo lui visto il suo prodigarsi per la fede, lo condusse alla ribellione nei confronti del padreterno, si convertì all’alcool, alle donne e alle ruberie, fino a quando venne bandito dal villaggio.

Se ne andò dal paese quasi sollevato, senza collera, ricominciando i suoi vagabondaggi di preghiera, fino a quando incontrò un asceta, lo starec Makarij, e di nuovo la sua vita cambiò. Il sant'uomo lo istruì sulle scritture, ma soprattutto risvegliò il suo animo credente. Quando tornò a casa era un altro uomo.




 

Una nuova vita

Lo sguardo magnetico e sognante, la frenesia dei gesti e della preghiera, il battere sul petto intonando cantici sacri, lo posero in uno stato di irrequietezza che lo portò di nuovo al vagabondaggio religioso.

D'altronde, l'asceta Makarij gli aveva vaticinato che avrebbe trovato la salvezza nel vagabondaggio e così fece.

La sua irrefrenabile ricerca lo porterà sempre più lontano, fino al monte Athos in Grecia, e tornato in Russia visitò tutti i luoghi santi portando la sua fede e la sua veggenza, ritornando sempre a casa nel periodo estivo per partecipare ai lavori agricoli della comunità.

In questo periodo ebbe tre figli, Dimitrij, Matryona e Varvara nel 1900. Ma ciò che contava per Rasputin era solo diffondere la “luminosa certezza che dimora in lui”. Perciò, confortato dalla fama di veggente e guaritore, decise di mettersi in proprio. Prese in affitto una casa e la trasformò nella sua chiesa.

Le sue adunanze, che seguivano un rito “chlysty”, divennero sempre più affollate. Le riunioni si svolgevano anche alle terme, dove da flagellazioni leggere per stimolare la circolazione si passava a danze circolari e canti parossistici che sfociavano in vere e proprie orge.

La teoria era che il peccato andasse distrutto e redento attraverso il peccato, umiliandosi nel fango del peccato ci si elevava a Dio. La soddisfazione erotica rappresentava solamente un passaggio dall'umiliazione alla redenzione. Naturalmente, sia la Chiesa che lo Stato non approvarono e dopo vari processi Rasputin fu allontanato.

 

Dal popolo all’aristocrazia

Ora che abbiamo inquadrato l'ambiente culturale in cui operava la ricerca spirituale di Rasputin, non dobbiamo pensare che tutto ciò riguardasse solo il basso popolo. La sua fama di veggente e guaritore era oramai diffusa, fino ad arrivare attraverso varie avventure alla corte dello stesso zar, dove divenne in poco tempo, grazie alla zarina, l'eminenza grigia della corte.

Introdotto in quell'ambiente, ai massimi livelli dell'aristocrazia, operò guarigioni e vaticinii portentosi, fino a quello che lo consacrò al mondo europeo.

Il 2 ottobre 1912 lo zarevic Alessio, figlio di Nicola II e nato emofilico, ebbe un incidente che peggiorò improvvisamente senza che i medici accorsi al suo capezzale riuscissero a porvi rimedio. Una grave emorragia interna iliaca e lombare sembrava non lasciare scampo al giovane Alessio. Venne dunque convocato un famoso chirurgo ma per paura che l'ematoma peggiorasse la sua emofilia non lo operò. Il 10 ottobre il bambino ricevé la sacra unzione e sul punto di perdere conoscenza sussurrò alla madre:

Quando sarò morto innalzate per me un piccolo monumento nel parco!”

Abbandonata dai medici e dai sacerdoti, la zarina telegrafò a Rasputin: “Medici disperano, le vostre preghiere sono la nostra unica speranza”.

Rasputin ricevé il telegramma il giorno stesso, mentre pranzava insieme alla famiglia. Si alzò da tavola e invitò la figlia Matryona (chiamata Marija) a seguirlo nel salone, dove erano esposte le icone più sacre.

Lì, alla sua presenza, eseguirà un rito di guarigione che lui stesso definì:

“Il più difficile e misterioso di tutti i riti”.

 

Rasputin eseguì una magia telepatica, chiamata transfert del dolore e dalla malattia, una vera e propria pratica sciamanica appresa nei suoi pellegrinaggi giovanili presso i Buriati, gli Jacuti e i Kirghisi, ma arricchita e sommata per intero alla sua fede ortodossa.

Si tratta di liberare il bimbo dalla malattia prendendola su di sé agli occhi di Dio. È così che agiscono gli sciamani quando vogliono guarire un malato dalle sue sofferenze, che siano fisiche o dell'anima. Si sostituiscono a lui con il pensiero, si fanno carico del suo supplizio sostituendosi al suo “Io”, per poi restituirglielo a guarigione avvenuta.

E così fece. La figlia riferì di averlo visto prostrarsi a terra con il volto trasfigurato dall'estasi, ansimante e in preda a una sofferenza sovrannaturale. A certo punto, riferì sempre Marija, cadde all'indietro contorcendosi come se fosse in preda all'agonia e pensò che stesse per morire. Quando l'agonia finì era sera, gli offrì un tè, lui lo bevve sorridente e tornò in sé.

Alla fine di questa stregoneria mistico cristiana e pagana, telegrafò alla zarina:

La malattia non è grave come sembra.
Che i medici non lo facciano soffrire.”

 

Il giorno successivo, la febbre cominciò a calare e il grande ematoma a riassorbirsi, mentre l'emorragia si era fermata. Naturalmente, come sempre succede con qualsiasi scienza ufficiale, fu solo una coincidenza. Ricordiamo che il malato aveva già ricevuto l'estrema unzione: dopo c'è solo la morte. Oppure, in sub-ordine, avendo la zarina smesso di preoccuparsi dopo il telegramma di Rasputin, era venuta meno la tensione che impediva al ragazzo di guarire.

Così, sotto la protezione dello zar, Rasputin tornò in pompa magna a corte, ma né la Chiesa né le corporazioni che lo vedevano come un rivale smisero di contrastarlo.

Rasputin fu devoto a se stesso e allo zar fino alla morte.

 

 

Contenuto preparato in collaborazione con

BRAN