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lunedì 18 marzo 2024

Huginn e Muninn: simboli del dio corvo Odino



«Huginn e Muninn
volano ogni giorno
sopra la vasta terra,
io temo per Huginn
che non torni indietro,
ma temo per Muninn ancor più».

Tratto dall'Edda


Questi corvi sono molto spesso raffigurati insieme a Odino. Per esempio, li troviamo nell'arazzo di Oseberg, rinvenuto all'interno di una nave vichinga usata come sepolcro e ritrovata nella omonima località vicina al fiordo di Oslo. In questo arazzo possiamo vedere due corvi appollaiati sulle spalle di Odino mentre gli portano notizie dai nove mondi, dove solo loro possono accedere.

La tradizione orale

Come in tutte le grandi epopee sulla nascita del mondo con i suoi dei ed eroi, anche quella norrena è sostanzialmente narrata in maniera poetica. Attraverso la poesia tramandata dagli scaldi, come i bardi della cultura druidica, conservavano la loro cosmogonia, generazione dopo generazione, attraverso memorie orali. Non confondiamoli con dei semplici cantastorie, o trovatori o menestrelli, per diventare uno scaldo o un bardo era necessario sapere a memoria e interpretare il significato segreto di tutta la storia conosciuta. E questa impresa non era certamente alla portata di tutti, necessitando anni e anni di studi, compreso l'uso e l'interpretazione delle rune o della scrittura ogamica, e numerosi esami fino all'investitura del titolo, che non era altro che un passo verso il titolo di maestro.

La sapienza di uno scaldo, o di un bardo, risiedeva nella conoscenza totale di tutto quello che riguardava la vita, quindi erano dei guaritori, dei giudici, degli agronomi, perché conoscevano ogni cosa dal momento della nascita del mondo. Anche quando fu consentito di scrivere per semplificare le cose, vista la mole di materiale, non cambiò poi molto. Infatti, fu divulgato ciò che non era considerato segreto, mentre il resto fu celato all'interno delle storie stesse, una specie di doppia, a volte tripla scrittura che necessitava di una chiave di lettura, mentre i contenuti più esoterici rimasero solo orali e destinati ai soli maestri.





Le divinità

I corvi assurgono nell'immaginario vichingo il simbolo della presenza di Odino, delle creature magiche, potenti, che grazie alla magia del loro dio portano sogni, visioni, rispondono a suppliche. Ma controllano anche quello che gli uomini fanno; gli dei sono personaggi permalosi e oggi sono con te… domani chissà. E qui troviamo molte analogie con gli dei greci, sia per quanto riguarda i messaggeri divini, sia per le diatribe continue tra di loro, lotte intestine che si riflettono sui popoli che ne invocano la protezione.

I corvi

Questi grandi uccelli dall'aspetto sinistro, sia per il colore che per il gracchìo inquietante, sono in grado di sorvolare e controllare tutta Midgard” in un solo giorno. Midgard è il mondo degli uomini, uno dei nove mondi che sostiene Yggdrasil l'albero della vita.

Gli sciamani nelle loro trance ricevono i messaggi di Odino attraverso i corvi, visioni e interpretazioni che guidano verso nuove terre, verso guerra e morte, nuovi re o vecchie faide. Ma la magia ha sempre un prezzo da pagare e, anche il potente Odino, sa che usando una parte di sé per portare i messaggi attraverso i corvi, che sono il suo pensiero e la sua memoria, corre il rischio di perdere una parte di sé e con essa i corvi.

Nella lingua norrena Huginn significa pensiero, mentre Muninn memoria o mente, nei loro viaggi di fatto rappresentano il pensiero e la memoria di Odino.

Poiché il dio per acquisire la conoscenza è diventato orbo e smemorato, i suoi messaggeri volano per i mondi raccogliendo informazioni che poi gli comunicano, come raffigurato nell'arazzo, ma anche in innumerevoli saghe e canzoni. Uno dei compiti dei due corvi è selezionare i guerrieri morti in battaglia, infatti le valchirie sono spesso raffigurate come corvi. Muninn pare si occupasse dei guerrieri morti in battaglia, mentre Huginn degli impiccati. In ogni caso, metà dei guerrieri sarebbero andati nel Valhalla con Odino, mentre gli altri nel Fólkvangr, con la dea Freyja, una specie di Valhalla alternativo frutto di un accordo fra i due.

Sacrifici rituali

Il blot, nella tradizione norrena il sacrificio rituale di sangue, era effettuato soprattutto nelle grandi feste propiziatorie, effettuato da un sacerdote affiancato da una volva, una sciamana. A volte si faceva in forma privata, sempre con la presenza della volva, ma la sostanza della cerimonia non cambiava.

Dopo aver svolto il rituale, con le invocazioni a Odino, venivano sacrificati degli animali il cui sangue veniva cosparso sull'altare, poi sugli officianti e i presenti e, infine, bevuto. Al termine del rito sacrificale le bestie sgozzate venivano cotte e mangiate, la cerimonia si trasformava poi in una festa. Per capire se le invocazioni e i doni erano stati graditi dalla divinità si attendeva che i corvi si facessero vedere durante la cerimonia, oppure comparissero nelle visioni della volva.

 

Il concetto di Fylgja nella mitologia norrena, ma presente anche nella narrazione di ogni religione o leggenda, è uno spirito che ci accompagna nella vita e si palesa al momento della nostra morte. Può essere un antenato come nello Shintoismo giapponese, un angelo come nel Cristianesimo, un mu'aqqib, per una persona che segue l'Islam, un animale totemico come tra i nativi americani e gli indios del centro e sud America, o gli Inuit dei ghiacci.

Huginn e Muninn rappresentano i Fylgja di Odino, in quanto lo identificano, sono i suoi messaggeri in tutti i nove mondi della cosmogonia norrena. Odino era così strettamente associato ai suoi corvi che uno dei tanti nomi con cui veniva rappresentato era quello di dio corvo. Huginn, che significa pensiero, qualcosa comunque indipendente dal corpo, portava anche le punizioni di Odino, che puniva a distanza tramite l'apparire del corvo.




 

Sebbene non abbiano mai avuto un ruolo importante in nessuno dei vecchi miti, Huginn e Muninn sono sempre con Odino. Come suoi compagni o come sue estensioni, vanno dove va Odino. Si ritiene che anche alla fine, al Ragnarok, loro saranno lì al suo fianco.

Nere visioni,

dalla cima del mondo:

segnata la via.

 

Dall'albero della vita,

alla morte dei campi.

 

Contenuto preparato in collaborazione con

BRAN

 

 

 

 

lunedì 18 dicembre 2023

Il ruolo dell’oggetto magico nel fantasy




 

Dal sacro Graal alla pietra filosofale: ecco perché gli oggetti magici sono così importanti nel fantasy 

 

Il “Ritorno con l’elisir” è la fase conclusiva del viaggio dell’Eroe, il celebre modello narrativo elaborato da Christopher Vogler.

L’elisir ha il potere di modificare il mondo ordinario del protagonista: può essere utilizzato per risolvere problemi, cambiare il destino di un personaggio o addirittura trasformare l’intera comunità. Spesso, simboleggia il tesoro interiore che l’eroe ha scoperto dentro di sé durante il viaggio.

Nel corso dei secoli (e ben prima delle teorie di Vogler) il cosiddetto “elisir”, ovvero l’oggetto magico intorno al quale ruota la storia, ha trovato varie forme. Vediamo 10 esempi di questo fondamentale elemento della narrativa fantastica!

 

1. Graal 



 

La parola “Graal” deriva dal latino medievale “gradalis”, ovvero “vaso, recipiente”. Secondo la leggenda, è il calice (o, in alcune tradizioni, il piatto) usato da Gesù nell’Ultima Cena. Contiene il sangue di Cristo, raccolto da Giuseppe d’Arimatea ponendo il contenitore sotto la ferita al costato del suo maestro.

La prima opera di narrativa che ne parla è “Perceval ou le conte du Graal” di Chrétien de Troyes, del XII secolo. In questa storia non viene spiegato né cosa sia esattamente né che aspetto abbia, ma sappiamo che si tratta di un manufatto d’oro, tempestato di gemme preziose.

Questo oggetto magico, probabilmente, ha origini pagane: nella fattispecie, potrebbe derivare dalla leggendaria pentola dell’abbondanza. Scopri di più nell’articolo “Che cos’è il Sacro Graal? Una leggenda millenaria”.

 

 

2. Pentola dell’abbondanza 


 

È un simbolo del potere sovrano e della fertilità della terra, un po’ come la cornucopia greco-romana.

Una delle pentole magiche più famose è il Calderone di Dagda (il dio celtico della guerra, della fecondità e della magia). Si tratta di uno dei quattro tesori che i Túatha Danann (mitica popolazione della preistoria celtica) portano con sé in Irlanda.

 

3. Bacchetta




Nelle antiche culture celtiche i druidi impiegavano ramoscelli di rovere, edera o biancospino come mezzi di connessione con il mondo spirituale. La bacchetta serviva a canalizzare le forze della natura, per ottenere guarigione dalle malattie e protezione dalle energie negative.

Nella società norrena, la bacchetta era lo strumento di potere di colei che deteneva la magia: la vǫlva (il cui nome significa, appunto, “portatrice della bacchetta”). Per saperne di più ti consiglio l’articolo “Lo sciamanesimo femminile nella società norrena”.

Se poi vuoi conoscere un’autentica vǫlva moderna, ti invito a leggere il mio romanzo “Playing with daggers, dove la giovane e volitiva Kara ti farà scoprire l’antica magia norrena!



4. Stivali delle sette leghe 


 

Gli stivali delle sette leghe sono calzature dotate di un potere straordinario: con un singolo passo, il loro possessore può coprire una distanza equivalente a sette leghe (una lega, in antichità, corrispondeva a una lunghezza variabile tra i 4 e i 6 chilometri). Possiedono, inoltre, la capacità di adattarsi perfettamente alla forma del piede di chiunque li indossi.

Sono presenti in varie fiabe, tra cui due di Charles Perrault. NeLa bella addormentata nel bosco” ne fa uso un nano, mentre in “Pollicino” sono dapprima indossati dal famigerato orco che pronuncia la famosa frase «Ucci ucci, sento odor di cristianucci» e, in seguito, da Pollicino stesso.

Non solo fiabe: gli stivali delle sette leghe sono anche indossati da Mefistofele nel “Faust” di Johann Wolfgang Goethe, che ho citato in diversi articoli. Uno di questi è “Chi sono gli alchimisti più famosi? 10 personaggi da conoscere”.

 

5. Specchio 



 

Lo specchio è un oggetto magico ricorrente nella narrativa e nell’arte cinematografica di genere fantastico. Quando i personaggi attraversano questo oggetto, si ritrovano catapultati in una realtà dove le leggi della fisica subiscono stravolgimenti, inversioni o distorsioni (si pensi ad “Alice attraverso lo specchio”).

Lo specchio diventa una sorta di varco tra due dimensioni: una è quella familiare e conosciuta, mentre l’altra costituisce un universo parallelo, associato alla dimensione dei sogni, dei defunti o persino degli inferi.

Nel Regno Unito, circola una leggenda metropolitana inquietante: seguendo un particolare rituale, si dice che sia possibile intravedere lo spettro di Maria la Sanguinaria allo specchio. La procedura prevede di spegnere tutte le luci, abbassare le tende e porsi di fronte a una superficie riflettente. A questo punto, bisogna pronunciare tre volte il nome completo della regina: “Mary I of England, Mary I of England, Mary I of England!”. Si racconta che, in risposta a questo rito, nel riflesso buio dello specchio possa emergere il volto di Bloody Mary.

Nella mitologia cinese, invece, si fa riferimento a uno specchio magico chiamato Yeh Ching, ovverospecchio del destino”, attraverso il quale i defunti possono osservare la forma in cui rinasceranno.

 

6. Anello 



 

Si tratta di un oggetto magico presente in innumerevoli saghe, leggende e romanzi fantasy. Pensiamo all’anello del Nibelungo, all’anello di re Salomone, all’anello di Gige menzionato da Platone e naturalmente all’Unico Anello (The One Ring) creato da J.R.R. Tolkien per “Il Signore degli Anelli”.

La forma circolare è simbolo di perfezione e rimanda alla natura ciclica della vita, all’eterno ritorno. Per questo, circolare è anche un potente simbolo alchemico: l’uroboro, il serpente che si morde la coda. Rappresenta il processo di purificazione della “Materia Prima” (la sostanza primordiale) mediante la successione ciclica di distillazioni e condensazioni.

 

7. Pietra filosofale 



 

La pietra filosofale, l’oggetto magico più emblematico dell’antica arte dell’alchimia, è una sostanza catalizzatrice dotata di un potere straordinario: la capacità di riparare e purificare la corruzione della materia. Può donare l’immortalità, l’onniscienza e trasformare i metalli vili in oro.

Negli scritti esoterici, spesso è rappresentata come un uovo. I suoi tre componenti (guscio, albume e tuorlo) corrispondono ai tre ingredienti alchemici fondamentali: sale, mercurio e zolfo. È, insomma, una forma primordiale in cui sono contenuti tutti i principi della creazione, che deve essere “sgusciata” per rivelare i suoi segreti.

 

8. Spada 


 

Nella mitologia e nelle fiabe, le spade magiche sono simbolo di potere, coraggio ed eroismo nell’eterna lotta tra bene e male. Ereditate di generazione in generazione, riflettono continuità di valori all’interno di un clan o di una stirpe guerriera.

Rappresentano anche il destino, poiché sono gli strumenti tramite cui si avverano profezie, come nel mito di Excalibur.

Altre spade magiche famose, oltre alla celebre arma di Re Artù? Durlindana, appartenente a Orlando nella “Chanson de Roland”; Joyeuse, l’arma prediletta di Carlo Magno; Gramr, che Sigfrido usò per uccidere il drago Fáfnir; Tyrfing, la spada maledetta della mitologia norrena; Caladbolg, la spada di Fergus mac Róich nella mitologia irlandese; Tizona, la spada di Rodrigo Díaz de Vivar, meglio conosciuto come El Cid; Ama no Murakumo (“Spada del Paradiso”), arma leggendaria della mitologia shintoista.

 

9. Elisir 



Nei miti e nelle leggende, gli elisir sono sostanze magiche spesso associate all’immortalità o alla guarigione.

Alcuni esempi includono l’Elisir di Lunga Vita della tradizione cinese, il nettare e l’ambrosia del pantheon greco-romano, l’idromele del pantheon norreno e l’Amrita, ovvero l’acqua indiana della vita eterna.

La ricerca dell’elisir riflette il desiderio universale di trascendere la finitezza della natura umana, per salire di livello e diventare paragonabili alle divinità.

 

10. Martello magico 


 

Parlando di martelli incantati, il primo oggetto magico che viene in mente al pubblico occidentale è, senza dubbio, l’arma di Thor. Anche se molto famoso, però, non è certo l’unico a meritarsi la nostra attenzione: dobbiamo infatti citare anche Uchide no kozuchi, un martello magico di legno (a volte rappresentato come un maglio) del folklore giapponese.

Secondo la leggenda, quando si agita l’Uchide no kozuchi si può trasformare qualsiasi desiderio in realtà. È uno degli attributi della divinità Daikokuten, ma appartiene anche alle leggende che hanno come protagonisti gli oni e alla fiaba popolare di Issun-bōshi.

 

Se ti interessa il Giappone, leggi l’articolo “Cerchi un bel libro sul Giappone? Leggi qua!”.

 

Articolo scritto in collaborazione con

Ivana Vele Poletti

https://www.ivanapoletti.com/

 

lunedì 11 dicembre 2023

L’angelo Samael, ambiguo custode dell’oscurità


 


Demone o protettore? Alla scoperta di una delle figure più ambivalenti delle schiere angeliche 

 

Nel mondo delle sacre scritture, esistono figure misteriose che sfidano ogni categorizzazione tradizionale. Tra queste emerge l’angelo Samael, una presenza sfuggente ed enigmatica.

A volte etichettato come un essere oscuro, a volte come un protettore, Samael è un personaggio difficile da inquadrare. In questo articolo ci immergeremo nel suo mito, esaminandone le molteplici sfaccettature e cercando di gettare luce sulla sua figura.

Demone ribelle o servo di Dio? Scopriamolo insieme.

 

Da dove deriva il nome “Samael”? 

 

Il nome “Samael” ha un’etimologia ambigua, che può assumere diversi significati in base all’approccio considerato.

Può essere interpretato come “veleno o punizione di Dio”, derivato da “Sam’Ha’El”, un termine principalmente utilizzato nell’ebraismo e nel misticismo ebraico.

Allo stesso tempo, può essere associato al concetto del “Dio cieco” come indicato in “Sama’El”, il terzo nome del demiurgo secondo l’Apocrifo di Giovanni, un testo rinvenuto nei codici di Nag Hammâdi.

 

Samael, l’arcangelo della morte 

 

L’ambiguità di Samael non si limita all’etimologia del suo nome, ma è lo specchio perfetto della sua natura intrinseca.

Per capire meglio questa affermazione, dobbiamo rifarci al “Talmud babilonese”, il testo classico dell’Ebraismo. Qui, Samael è un arcangelo che affianca spesso Azrael (l’angelo della morte).

Il ruolo che Dio ha assegnato a Samael è quello di seduttore, distruttore e accusatore, quindi il suo temperamento lo spinge a desiderare che gli uomini agiscano seguendo il male, per metterli alla prova. Il suo comportamento ambiguo e malvagio, pertanto, è stato decretato da Yahweh, di cui rimane un servo fedele.

 



 

Samael, l’angelo ribelle 

 

Samael non compare solo nel Talmud.

Passiamo al libro di Enoch, un testo apocrifo di origine giudaica: qui, Samael è uno degli angeli ribelli che si uniscono alle donne umane, contravvenendo alle regole divine.

Questo manipolo di sovversivi, che ha scelto di abbandonare le schiere angeliche per lussuria, ha dato vita alla progenie degli angeli decaduti. Per saperne di più sulla loro storia, ti consiglio l’articolo “Chi sono gli angeli ribelli?”.

Se le oscure vicende degli angeli caduti ti affascinano, il mio romanzo “L’ombra dell’angelo” fa per te. La trama si snoda attraverso la tormentata rivolta di Daemon ai dettami divini, in una lotta interiore che lo spinge a sfidare il destino per proteggere la giovane donna di cui si è innamorato.

L’ombra dell’angelo” è disponibile su Amazon, in versione cartacea e eBook!


 

Samael, sposo di Lilith 

 

Secondo la tradizione cabalistica, Samael si innamora di Lilith: la prima moglie di Adamo, colei che si è ribellata perché non ha accettato di sottomettersi all’autorità maschile.

Lilith e Samael assumono la posizione di sovrani degli inferi, regnando su tutte le schiere demoniache e sui loro numerosi figli. Sono entrambi simboli di ribellione e ambiguità, di una natura dirompente che si rifiuta di essere incasellata in qualsiasi schema. Incarnano la duplicità dell’essere umano, che combatte ogni giorno per l’autodeterminazione, con risultati a volte positivi e a volte negativi.

Se vuoi scoprire altre curiosità sull’argomento, ti consiglio l’articolo “Lilith, Jinn e altri demoni”.

 

Lady Lilith, di Dante Gabriel Rossetti (1866–1873), Delaware Art Museum.


 

Samael, il “demiurgo malato” dello gnosticismo 

 

Per analizzare il ruolo dell’angelo Samael nello gnosticismo, dobbiamo tornare a quell’Apocrifo di Giovanni che abbiamo citato illustrando le prime nozioni etimologiche. Si tratta di un vangelo gnostico, ovvero uno di quei testi sacri nati nell’ambiente intellettuale di Alessandria d’Egitto nel II secolo circa.

Ma cos’è lo gnosticismo? Si tratta di un fenomeno culturale con connotazioni filosofiche, religiose ed esoteriche e un carattere di iniziazione, che fiorì nell’ambito della cultura ellenistica greco-romana e che raggiunse la sua massima diffusione tra il II e il IV secolo d.C.

Le sue origini sono state a lungo oggetto di dibattito e continuano a rappresentare un affascinante oggetto di indagine. Alcuni studi indicano che risalgono a un periodo precedente all’era cristiana. La concezione di una lotta titanica tra il bene e il male, che permea l’intero universo e che costituisce il nucleo della visione gnostica, può essere fatta risalire all’antica tradizione dello zoroastrismo.

Tornando all’Apocrifo di Giovanni, al suo interno apprendiamo che, in tempi antichi, la tenebra si mescolò alla luce. Quest’ultima cambiò la sua essenza e si trasformò in un elemento insano, che non era né luce né buio e che prese il nome di “arconte malato”. Questa figura, che si autoproclamò “demiurgo”, non aveva connotazioni positive, ma è definita “empia e ignorante”. Aveva tre nomi: il primo è Jaldabaoth, il secondo è Saklas, il terzo è Samael. Sì, proprio il Samael di cui abbiamo parlato fin qui. Una creatura composta da luce e buio, a ulteriore conferma della sua natura ambivalente.

Arcangelo della distruzione, demone, re degli Inferi, sposo di Lilith e perfino demiurgo: più si scava a fondo e più l’angelo Samael rivela la sua natura oscura e complessa.

A presto, per un altro viaggio nei misteri dell’esoterismo insieme al Magical Magazine!

 

Articolo scritto in collaborazione con

Ivana Vele Poletti

https://www.ivanapoletti.com/

 

lunedì 30 ottobre 2023

Rasputin: veggente o mistificatore?

 

 

 

Pokrovskoe, Siberia occidentale, un insediamento mediamente ricco per quei tempi nella Russia zarista. In quel luogo, in una isba di otto stanze, viveva la famiglia Rasputin, proprietaria di alcuni ettari di terra, di mucche e cavalli. Il padre, oltre all'agricoltore, faceva anche il vetturale con il proprio carro. In questo luogo e in questa famiglia agiata, in data controversa tra il 1864 e il 1869, venne al mondo il 10 gennaio Grigorij Rasputin, nome dato in onore di S. Gregorio di Nissa, che si festeggia quel giorno.

Il cognome era invece un distintivo familiare, anche piuttosto comune nella zona, la cui derivazione non è chiara come si vorrebbe far credere. Infatti, anche il nonno aveva lo stesso cognome, e la radice di Rasputin ha diversi significati oltre a “depravato” come racconta la vulgata classica. Il padre, Efrim, considerava inutile l'educazione dei figli, Grigorij ha un fratello maggiore di due anni e pensa che impareranno di più dalla vita che consumando il fondo dei pantaloni sui banchi di scuola.

 

La vita prima della fama

 

L'educazione scolastica non era obbligatoria e d'altronde la chiesa la ostacolava, soprattutto se indirizzata verso dei Muzik”, meno capivano meglio era! (Nihil sub sole novum).

La campagna era la loro scuola, la taiga con i suoi spazi, la foresta, gli animali, il tutto vissuto all'interno delle superstizioni e tradizioni della chiesa ortodossa locale.

Pokrovskoe era un piccola comunità ai margini dell'universo abitato, poco lontana dal Kazakistan, e l'esistenza di grandi città come Mosca o S. Pietroburgo era quasi un sogno collettivo. Le grandi città erano sì lontane da un punto di vista chilometrico, ma lo erano soprattutto nella visione quotidiana della vita.

Nessuno in quel luogo sperduto era mai stato perseguitato, nessuno aveva conosciuto la schiavitù; si trattava di una zona protetta dagli Urali dove la cosiddetta civiltà, con i suoi misfatti, era solo un sentore lontano. In questa società intrisa di superstizioni contadine e di retorica cristiana ortodossa, avvenne il primo portento nella vita di Grigorij Rasputin.




 

La profezia

Un giorno, mentre giocavano sulle rive del fiume Tura, i due fratelli caddero in acqua. Non era periodo per i bagni ed entrambi, pur salvandosi dalle acque gelide, si ammalarono di polmonite.

Uno degli svantaggi di abitare in luoghi così veri, ma di conseguenza lontani dalla cosiddetta civiltà, era la mancanza di un medico raggiungibile in poco tempo. Dopo poco il fratello maggiore morì, mentre Grigorij si dibatté nell'abbraccio della morte per alcune settimane. Quando oramai si attendeva la sua dipartita come una liberazione dalla sofferenza, lui si sedette sul letto, arrotolato nelle coperte, e con voce fioca appena percettibile disse: “Sì, oh sì, lo voglio lo voglio.” Poi ricadde sul cuscino e si addormenta con aria placida.

Al suo risveglio sorrise ai genitori e a tutti gli abitanti del paese, che per settimane si erano radunati in preghiera dentro e fuori dalla sua casa. Si riprese sorprendentemente in fretta e, quando interrogato sul perché delle sue parole dal prete del villaggio, raccontò che una bella signora vestita di azzurro e bianco gli era apparsa in sogno e ordinandogli di guarire. Naturalmente, chi era lui per rifiutarsi? Il pope, presa la palla al balzo, sentenziò che la Vergine Maria aveva salvato il bambino per destinarlo a un glorioso destino e aggiunse: “Un giorno tornerà per dirti cosa si aspetta da te”.

Questa profezia scavò nelle viscere del giovane Rasputin, che cominciò a chiedersi perché la Santa Vergine avesse portato con sé il fratello lasciandolo solo e, soprattutto, perché non si fosse ancora rivelata per annunciargli il suo destino. Ne parlò con gli animali che accudiva, convinto che lo ascoltassero, ne discuté con se stesso, poi avvenne il secondo prodigio che avvalorò la profezia.

Rubarono dei cavalli a un suo vicino e lui, senza esitazione, indicò il luogo in cui erano tenuti e chi li aveva rubati. Questa manifestazione di veggenza si palesò altre volte e anche per altre questioni. Così, la profezia rinforzata dalle visioni fece accrescere la sua fama nella regione.

Le visite alla isba degli starec (monaci vagabondi) divenne quasi d'obbligo e il giovane Rasputin si sentì sempre più attratto dalla vita e dai racconti di quegli uomini solitari e apparentemente miserabili, che vivevano dell'elemosina del popolo e dei potenti.

Rimase affascinato dai loro racconti, dai monasteri che avevano visitato, dei santi eremiti con cui avevano digiunato per servire il Cristo, delle città che avevano vissuto dove dilagava la corruzione delle anime e dei corpi.

La profezia e le sue doti di veggente l'avevano convinto di non aver bisogno di nessuna istruzione per fare quel tipo di vita, perché proprio per quei motivi lui possedeva una scienza che gli era stata infusa dall'Altissimo.

 

Il pellegrinaggio

A 19 anni, con il permesso del padre e in preda a una crisi mistica, partì insieme a uno di questi starec, per poi continuare il suo pellegrinaggio da solo visitando eremi, santuari e monasteri della sua regione.

A una festa del monastero di Abalatsk la sua fede nella penitenza vacillò per la prima volta, lì conobbe la sua futura moglie, la sposò e come da tradizione la portò a casa. La sua vita di vagabondaggio da santone veggente proseguì, con il ritorno a casa nella stagione del raccolto.

Quando finalmente si sentì benedetto da Dio per la nascita di un figlio, ecco che la tragedia che cambierà la sua vita si abbatté su di lui: il neonato di sei mesi muore.

Questo immane lutto, ingiusto secondo lui visto il suo prodigarsi per la fede, lo condusse alla ribellione nei confronti del padreterno, si convertì all’alcool, alle donne e alle ruberie, fino a quando venne bandito dal villaggio.

Se ne andò dal paese quasi sollevato, senza collera, ricominciando i suoi vagabondaggi di preghiera, fino a quando incontrò un asceta, lo starec Makarij, e di nuovo la sua vita cambiò. Il sant'uomo lo istruì sulle scritture, ma soprattutto risvegliò il suo animo credente. Quando tornò a casa era un altro uomo.




 

Una nuova vita

Lo sguardo magnetico e sognante, la frenesia dei gesti e della preghiera, il battere sul petto intonando cantici sacri, lo posero in uno stato di irrequietezza che lo portò di nuovo al vagabondaggio religioso.

D'altronde, l'asceta Makarij gli aveva vaticinato che avrebbe trovato la salvezza nel vagabondaggio e così fece.

La sua irrefrenabile ricerca lo porterà sempre più lontano, fino al monte Athos in Grecia, e tornato in Russia visitò tutti i luoghi santi portando la sua fede e la sua veggenza, ritornando sempre a casa nel periodo estivo per partecipare ai lavori agricoli della comunità.

In questo periodo ebbe tre figli, Dimitrij, Matryona e Varvara nel 1900. Ma ciò che contava per Rasputin era solo diffondere la “luminosa certezza che dimora in lui”. Perciò, confortato dalla fama di veggente e guaritore, decise di mettersi in proprio. Prese in affitto una casa e la trasformò nella sua chiesa.

Le sue adunanze, che seguivano un rito “chlysty”, divennero sempre più affollate. Le riunioni si svolgevano anche alle terme, dove da flagellazioni leggere per stimolare la circolazione si passava a danze circolari e canti parossistici che sfociavano in vere e proprie orge.

La teoria era che il peccato andasse distrutto e redento attraverso il peccato, umiliandosi nel fango del peccato ci si elevava a Dio. La soddisfazione erotica rappresentava solamente un passaggio dall'umiliazione alla redenzione. Naturalmente, sia la Chiesa che lo Stato non approvarono e dopo vari processi Rasputin fu allontanato.

 

Dal popolo all’aristocrazia

Ora che abbiamo inquadrato l'ambiente culturale in cui operava la ricerca spirituale di Rasputin, non dobbiamo pensare che tutto ciò riguardasse solo il basso popolo. La sua fama di veggente e guaritore era oramai diffusa, fino ad arrivare attraverso varie avventure alla corte dello stesso zar, dove divenne in poco tempo, grazie alla zarina, l'eminenza grigia della corte.

Introdotto in quell'ambiente, ai massimi livelli dell'aristocrazia, operò guarigioni e vaticinii portentosi, fino a quello che lo consacrò al mondo europeo.

Il 2 ottobre 1912 lo zarevic Alessio, figlio di Nicola II e nato emofilico, ebbe un incidente che peggiorò improvvisamente senza che i medici accorsi al suo capezzale riuscissero a porvi rimedio. Una grave emorragia interna iliaca e lombare sembrava non lasciare scampo al giovane Alessio. Venne dunque convocato un famoso chirurgo ma per paura che l'ematoma peggiorasse la sua emofilia non lo operò. Il 10 ottobre il bambino ricevé la sacra unzione e sul punto di perdere conoscenza sussurrò alla madre:

Quando sarò morto innalzate per me un piccolo monumento nel parco!”

Abbandonata dai medici e dai sacerdoti, la zarina telegrafò a Rasputin: “Medici disperano, le vostre preghiere sono la nostra unica speranza”.

Rasputin ricevé il telegramma il giorno stesso, mentre pranzava insieme alla famiglia. Si alzò da tavola e invitò la figlia Matryona (chiamata Marija) a seguirlo nel salone, dove erano esposte le icone più sacre.

Lì, alla sua presenza, eseguirà un rito di guarigione che lui stesso definì:

“Il più difficile e misterioso di tutti i riti”.

 

Rasputin eseguì una magia telepatica, chiamata transfert del dolore e dalla malattia, una vera e propria pratica sciamanica appresa nei suoi pellegrinaggi giovanili presso i Buriati, gli Jacuti e i Kirghisi, ma arricchita e sommata per intero alla sua fede ortodossa.

Si tratta di liberare il bimbo dalla malattia prendendola su di sé agli occhi di Dio. È così che agiscono gli sciamani quando vogliono guarire un malato dalle sue sofferenze, che siano fisiche o dell'anima. Si sostituiscono a lui con il pensiero, si fanno carico del suo supplizio sostituendosi al suo “Io”, per poi restituirglielo a guarigione avvenuta.

E così fece. La figlia riferì di averlo visto prostrarsi a terra con il volto trasfigurato dall'estasi, ansimante e in preda a una sofferenza sovrannaturale. A certo punto, riferì sempre Marija, cadde all'indietro contorcendosi come se fosse in preda all'agonia e pensò che stesse per morire. Quando l'agonia finì era sera, gli offrì un tè, lui lo bevve sorridente e tornò in sé.

Alla fine di questa stregoneria mistico cristiana e pagana, telegrafò alla zarina:

La malattia non è grave come sembra.
Che i medici non lo facciano soffrire.”

 

Il giorno successivo, la febbre cominciò a calare e il grande ematoma a riassorbirsi, mentre l'emorragia si era fermata. Naturalmente, come sempre succede con qualsiasi scienza ufficiale, fu solo una coincidenza. Ricordiamo che il malato aveva già ricevuto l'estrema unzione: dopo c'è solo la morte. Oppure, in sub-ordine, avendo la zarina smesso di preoccuparsi dopo il telegramma di Rasputin, era venuta meno la tensione che impediva al ragazzo di guarire.

Così, sotto la protezione dello zar, Rasputin tornò in pompa magna a corte, ma né la Chiesa né le corporazioni che lo vedevano come un rivale smisero di contrastarlo.

Rasputin fu devoto a se stesso e allo zar fino alla morte.

 

 

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